Secondo Hermann Broch, il kitsch può definirsi come il Male nel sistema di valori dell'arte. Il concetto rappresenta una concretizzazione dell'etica nell'estetica e, in parole povere, condanna l'estetismo fine a se stesso, il virtuosismo inutile, in sostanza ogni manifestazione artistica che risponda all'imperativo fai un bel lavoro anziché a quello di fai un buon lavoro. È kitsch ogni arte che non scaturisce da una originale necessità, ma che ricalca modelli di successo trasformandosi in puro intrattenimento o semplice decorazione.
È evidente come oggi viviamo nella società del kitsch, dove, tra una piroetta degli Amici di Maria e una serenata x-fattoriale, ci aggiriamo in una selva di cosce di veline, che tutto è fuorché oscura, nel mezzogiorno perpetuo dei riflettori.
Questo vale anche per la didattica artistica. La scuola, l'insegnante che assuma un modello, precostituito e più o meno prestigioso, da imporre ai propri allievi, si mette al riparo dai dubbi e dalle critiche: io conosco la ricetta per il successo, tu non la segui, quindi è colpa tua se non ottieni i risultati che speravi.
Ben altra cosa è mettersi in ascolto dell'allievo, capire quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze, che ruolo può avere l'arte nella sua vita, quali sono le sue aspettative nei confronti del corso che sta seguendo: le sue proprie, non quelle dei genitori, dell'insegnante o del direttore della scuola.
Un buon lavoro può contenere note sbagliate, passaggi fuori tempo, salti di battute: tutte cose che farebbero inorridire i fanatici del bel lavoro. Ma non può rinunciare alla soddisfazione di chi fa la musica e da essa viene arricchito, in modi anche molto diversi da quelli che il mercato impone.
Questa è una missione. La nostra missione. Quella del Consorzio Concorde, e di chi vuole essere con noi.

